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Una piazza mai vista prima. Senza bandiere e insulti 30mila Sì alla Tav e al futuro

  • 11 nov 2018
  • Tempo di lettura: 5 min

Chiamati a raccolta, c’erano imprenditori con i loro dipendenti, sindacalisti, politici, docenti e molti giovani: “Siamo qui per una città più ricca di opportunità”

La sfida del Sì è vinta. Ieri piazza Castello a Torino era piena, migliaia di torinesi mobilitati per dire di sì alla Tav ma soprattutto a un futuro di infrastrutture, lavoro, sviluppo, cultura, inclusione, diritti. In molti hanno raccolto l’invito dell’organizzazione a vestirsi di arancione, simbolo del raduno “Sì, Torino va avanti”.

È stato qualcosa di mai visto prima. Non uno slogan. Non una bandiera. Nemmeno un insulto. «Sono qui perché credo nel futuro» diceva la signora Marina Massini, bancaria in pensione. Inizio della manifestazione alle 11 di mattina, fine alle 12 sulle note dell’Inno di Mameli. Ringraziamenti dal palco ai poliziotti. E anche ai mariti: «Che in questi giorni di organizzazione hanno cucinato per noi». Qualunque forma prenderà l’enorme folla di persone diverse, composte e determinate che si sono date appuntamento ieri mattina in Piazza Castello davanti al primo Senato italiano, una cosa è già accaduta. Torino si è ricongiunta con la sua anima più profonda: città laboratorio. Sabato 10 novembre 2018 è un inizio.

Gli esordi

Chiamati a raccolta da sette donne che non avevano mai calcato la scena pubblica, sono scesi in piazza a manifestare quelli che non manifestano mai. Federico Fulco, 22 anni, studente di Ingegneria informatica al Politecnico: «Sono qui perché voglio vivere in una città aperta. Una città europea. Collegata con Parigi e Barcellona. Perché il treno garantisce maggiore sostenibilità ambientale. E anche perché spero, dopo la laurea, di non dovermene andare per forza». Maria Grazia Mazza, maestra elementare: «Sono qui perché voglio che la mia vita ritorni ad essere quella che era. Voglio abitare in una città ricca di cultura e di opportunità. Anche le mie amiche francesi, l’ultima volta che sono venute a trovarmi, si sono accorte di quanto Torino sia peggiorata».

Piovigginava. Era una mattina grigia e sonnacchiosa, di quelle che inducono a stare al riparo al caldo dietro ai vetri. Invece i manifestanti arrivavano a piccoli gruppi da via Garibaldi e da via Roma, quasi irriconoscibili. Potevano sembrare gli stessi che vanno al cinema, a guardare una mostra, a mangiare un gelato. Mancava un’ora all’inizio, e la piazza era già mezza piena. Il radicale Silvio Viale, in piedi su una panchina con un piccolo megafono attaccato al collo, chiamava al banchetto per le firma. «Per dire Sì alla Tav. Per chiedere il referendum che nessuno ha mai voluto fare». Da lì sopra diceva anche: «Quella dei No Tav ormai è diventata una fobia patologica. Bisogna scomodare le categorie della psicopatologia per spiegare il loro rifiuto a questo treno. Vent’anni fa non c’era neanche il telefonino, le cose cambiano. Si va avanti. Non si può avere paura di tutto». Resterà questa, sulla psicopatologia dei No Tav, l’unica frase abrasiva della manifestazione.

«Noi non siamo contro. Siamo persone che hanno testa e mani. Anche un po’ di cuore, se possiamo dire. È questo che ci tiene insieme. C’è tutto un mondo femminile propositivo, creativo. Questa non è una protesta elitaria. Siamo donne, abbiamo sempre lavorato. Ma se ci chiamano madamine, va benissimo». Sul tetto scoperto del pullman, che era il palco della manifestazione, le sette donne organizzatrici parlavano così e avevano occhi increduli fino alla lacrime. Più di 30 mila persone riempivano Piazza Castello. Tante da mettere in soggezione. E adesso? Adesso cosa farete? «Andremo dal presidente Mattarella» diceva Simonetta Carbone, una delle sette organizzatrici. «È una responsabilità pazzesca. Aspettavamo di vedere la piazza. Ma adesso sappiamo che dobbiamo andare dal presidente della Repubblica. Dobbiamo chiedergli un garante super partes nella commissione che deciderà per la Tav. Vogliamo che sia una cosa onesta».

Poi sono iniziati i discorsi al microfono. Tre, brevi. Dal palco rimbalzavano frasi sulla «lungimiranza di Cavour», sul «senso civico», sul «rispetto delle istituzioni». Certo: anche sui «piemontesi bugianen», che non arretrano e tengono duro. Cartelli scritti a pennarello. «Sì al lavoro». «Sì alla Tav». Un altro portato dagli studenti del Liceo Alfieri: «Meglio madamine che badola»: signorine piuttosto che fessi. Lì, in mezzo alla piazza, imprenditori, avvocati, pensionati, dottoresse, industriali, baristi, commesse, una signora di 91 anni. Persone così diverse che quasi non sapevano cosa dirsi.

Politici da destra a sinistra

C’erano anche politici di schieramenti opposti, da destra a sinistra. E tutti insieme erano mischiati nella manifestazione meno ideologica di sempre. Ecco: forse è questa l’unica grande somiglianza con la Marcia dei Quarantamila. Tutto il resto sembrava nuovo. Naïve. «Ci siamo messi questi vestiti arancioni perché la frivolezza dell’arancione fa tanto comunità», dicevano le donne organizzatrici dal palco.

Aveva parlato al microfono anche Mino Giacchino, ex Dc, ex Forza Italia, che ha ritrovato un ruolo e un palcoscenico quando ormai non se lo aspettava più. Sostenitore da sempre della battaglia per la Tav, era anche lui incredulo. «Sono qui con mio figlio Lodovico. Ha avuto ragione. Mi ha detto che dovevano mettere la prima petizione su Change.org». Dai social alla piazza. Avevano alzato i loro cartelli anche quelli che manifestavano contro la sindaca Appendino «perché vuole allargare la Ztl», «perché vuole aumentare le tasse», «perché le periferie sono peggiorate». E tutto si mischiava ulteriormente: «Il decreto dignità che non dà dignità ai lavoratori». «Questo governo che aveva promesso la flat tax, e invece…». Erano lì per dire sì. Sì al lavoro, sì alla crescita, sì alla speranza, sì a quel treno. Riccardo Pecile, 32 anni, avvocato avvolto nella bandiera dell’Europa: «Siamo fermi. Questa città è ferma. L’Italia è ferma. Parlano solo di sicurezza, promettano di tagliare i vitalizi. Ma non fanno le cose. Torino è il simbolo di questo immobilismo».

Prima degli abbracci e dei ringraziamenti, era risuonata una sola canzone: «Io penso positivo» di Jovanotti. Ancora dal palco: «Viva Torino, viva l’Italia, viva l’Europa. Ringraziamo tutti, facciamo questa battaglia anche per i disoccupati. Non finisce qui». Ed ecco l’inno nazionale. Francesco Sinica, 50 anni, impiegato dell’ospedale Sant’Anna piangeva a dirotto: «Non so che dire. Mi commuove sempre». Quando è finito, dal palco hanno detto: «Adesso tornate a casa con compostezza». All’ora di pranzo la piazza era vuota, pulita di pioggia. Sembrava quasi un sabato qualunque a Torino.

articolo di NICCOLÒ ZANCAN

tratto da LaStampa.it

E' stato bellissimo vedere così tanta gente educata e riunita per il futuro di Torino, della regione e dell'Italia. Noi come Partito dei Valori Cristiani abbiamo voluto partecipare solo in veste di cittadini e vedere così tanta gente riunita con il solo obiettivo di un futuro migliore per la propria città e per lo sviluppo della propria Patria ci ha colmato l'anima di gioia con la speranza che tutto il male ricevuto dal grande potere economico possa finire e si possa ricominciare a ricostruire la nostra Italia a partire da Torino e dalle città in difficoltà per le catastrofi ambientali. Come ho sempre detto l'Italia è partita da Torino e il mio intento è farla ripartire per la seconda volta dal Piemonte ed è per questo che ho scelto di registrarlo a Pinerolo presso il Notaio Occelli pur essendo in continua espansione in tutta Italia, isole comprese, con sezioni, patronati e CAF. Faccio una precisazione, per noi del Partito dei Valori Cristiani, Cristiani significa tutte le religioni che credono in Dio e nei valori di rispetto, famiglia, fratellanza, unione, condivisione, umiltà e reale carità cristiana (quella vera).

La Presidenza del Partito dei Valori Cristiani

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